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Storti: dal 1956 una grande storia italianaRaccontare cinquant’anni di storia della nostra azienda significa, inevitabilmente, ripercorrere l’evoluzione della meccanizzazione agricola di quest’ultimo mezzo secolo, con particolare riferimento al settore zootecnico. Abbiamo avuto la fortuna di aver vissuto la maggiore rivoluzione del settore agricolo che la storia umana ricordi; e, detto senza falsa modestia, di aver dato il nostro contributo. L’inizio della nostra storia, infatti, coincide sostanzialmente con quello della meccanizzazione agricola italiana. Nella seconda metà degli anni ‘30 già si registra una grande fame di trattori: il numero di macchine per l’agricoltura è davvero esiguo (basti pensare che, all’epoca, l’aratura meccanica copre solo il 14% della superficie lavorata). La produzione annuale non supera le 600 unità e, per gli agricoltori, il costo dei modelli importati è praticamente inavvicinabile.
I pionieriAll’inizio degli anni ‘50 compaiono i primi segnali di crescita nell’utilizzo di macchine agricole. Tanto per dire, nel 1955 l’agricoltura nazionale era rapresentata da una miriade di piccole aziende che potevano contare su una SAU (superficie agricola utilizzabile) di ben 23 milioni di ettari (oggi siamo a poco più di 13 milioni di ettari). Si utilizzavano solo 27.000 trattori, oltre il 70% dei quali nell’Italia settentrionale.
Fa un certo effetto pensare che, oggi, l’agricoltura nazionale occupa meno di un milione di persone (meno del 5% della popolazione attiva italiana) e incide per meno del 2% sul prodotto interno lordo italiano. Nel frattempo, però - soprattutto grazie alla meccanizzazione agricola e all’evoluzione della genetica - è enormemente cresciuta la produttività per ettaro e per addetto. Inoltre, è mutato il ruolo dell’agricoltura. Nel dopoguerra l’obiettivo era di produrre
derrate per il sostentamento
della popolazione; oggi si tratta di
garantire la salubrità degli alimenti e
dell’ambiente.
A torto o a ragione, si chiede all’agricoltura
un contributo sostanziale al
miglioramento della qualità della vita.
Non dimentichiamoci, facendo ancora
un passo indietro, che verso la fine
degli anni ‘40 anche nella fertilissima
Pianura Padana la produzione non
superava i 30 quintali per il frumento e
i 35 quintali per il mais: oggi, gli stessi
campi danno 80 quintali di frumento e
ben 140 di mais.
Sarebbe quindi improprio trattare di
evoluzione della meccanizzazione
agricola - soprattutto
quella legata alla lavorazione
di materie prime ad uso alimentare
- senza evidenziare
i cambiamenti negli stili di vita
e di consumo della nostra società
negli ultimi decenni. Questa responsabilità, la STORTI l’ha
fatta propria: prima di altri abbiamo
capito che il progresso della zootecnia
passa anche attraverso una profonda
evoluzione delle attrezzature e delle
tecnologie disponibili. Il progredire delle conoscenze sulla fisiologia della vacca da latte e dei bovini da carne, e la loro applicazione in termini di alimentazione animale favoriscono senz’altro una razionalizzazione dell’allevamento bovino. In questo senso, l’introduzione della tecnica del piatto unico (Unifeed) rappresenta una tappa molto importante nella gestione organizzativa ed alimentare degli allevamenti di bovini da latte e da carne italiani. La tecnica - ideata negli Stati Uniti verso la metà degli anni ‘30 - ha potuto svilupparsi e diffondersi solo quando l’evoluzione della meccanizzazione aziendale ha messo a disposizione degli allevatori carri miscelatori attrezzati per la manipolazione degli alimenti zootecnici. I carri miscelatori
si dotano di lame per la trinciatura
del fieno, il cui impiego rappresenta
all’epoca una costante indiscutibile,
successivamente trasgredita dalla
diffusione di valide razioni ottenute
sostanzialmente con insilati. In questi cinquant’anni, la STORTI ha
sempre giocato un ruolo da protagonista.
è stato un viaggio affascinante,
difficile, sempre stimolante. Essere
stati al fianco di agricoltori, allevatori,
tecnici è stato motivo di grande soddisfazione
ed orgoglio.
La storia, però, non si ferma: prosegue. |








Negli anni ‘40 la guerra
non migliora certo la situazione: di
fatto, l’inizio del conflitto chiude definitivamente
l’ingresso anche alle poche
macchine d’importazione. Il contesto
apre la strada alle cosiddette “derivate”,
trattrici costruite trasformando
altri veicoli (automobili, autocarri o
altro: vedi Macchine per la terra: immagini e
riflessioni sull’agricoltura nel ‘900 - Unacoma
2005).
Finita la guerra - da questo momento
la storia patria, quella di Ottorino
Storti e della sua azienda cominciano
ad accavallarsi - lo Stato costituisce
l’ARAR, azienda dedicata al recupero e
alla vendita in grandi lotti di materiale
alleato e non. Inutile sottolineare che
molti italiani - Ottorino Storti è stato
uno di quelli - hanno saputo realizzare
veri miracoli economici, a dimostrazione
della capacità tipicamente italica di
ingegnarsi con successo.
Ancora più scoraggianti i dati relativi
alle macchine operatrici, in gran parte
a trazione animale e, comunque, prodotte
in poco più di 4.000 t/anno.
Oggi la situazione è radicalmente cambiata:
meno del 20% del reddito familiare
è destinato all’acquisto di cibo. I
consumi medi annui pro capite si sono
però moltiplicati: 22,8 kg di carni bovine,
31,2 kg di carni suine, 18,5 kg di
carni avicole, 14,7 kg di uova, 82 litri di
latte e 20 kg tra pesce e formaggi.
In Italia, in particolare, l’Unifeed si è
sviluppato solo alla fine degli anni ‘60.
In questo settore un grande contributo
è arrivato proprio da Ottorino Storti,
tra i primi a capire che i carri miscelatori
ideati negli Usa non possono
adattarsi alle caratteristiche degli allevamenti
europei.
Non solo: STORTI capisce l’importanza
di progettare carri miscelatori in grado
di produrre alimenti adeguati alle esigenze
fisiologiche dei bovini, sia da
latte sia da carne.
Inizialmente, l’Unifeed riguarda esclusivamente
le aziende con bovini da
carne dove sussista il problema del
prelievo e della distribuzione di notevoli
quantità di silomais.