Il fondatore: Ottorino Storti

a cura di Fabio Piccoli e Giorgio Santi

Ottorino StortiIntervistare Ottorino Storti, fondatore di una delle imprese storiche e di maggior prestigio nel settore della meccanizzazione agricola, non è semplice. Prima di tutto non è facile “stanarlo” dall’officina “il luogo – come ci spiega subito questo signore ottantenne dallo sguardo vivacissimo e dall’eloquio sciolto – dove tuttora preferisco stare. Non mi sono mai abituato a stare chiuso in qualche ufficio. La maggiore soddisfazione continuo ad averla tra le macchine dentro lo stabilimento. Davanti ad un computer non è il posto per me”. Inoltre è difficile poter concentrare, nel poco spazio di un’intervista, un racconto che occupa ben oltre i cinquant’anni della storia dell’impresa di Belfiore.

Storti è un uomo ottimista, pieno di iniziativa, che appartiene a quella rara categoria di persone in grado di apprendere sia dalle cose buone che da quelle tragiche.
Anzi, talvolta, dal suo ricco racconto, sembra proprio che siano stati gli eventi più difficili della sua vita quelli che lo hanno stimolato, spinto ad andare oltre, a superare gli ostacoli con tenacia.
“Quando si nasce in un periodo come il mio, vivendo in prima persona una guerra – racconta Storti– o si soccombe o si reagisce. Io ho scelto questa seconda via grazie anche ad un po’ di fortuna come quando, nel 1944, grazie ad un tenente tedesco, e soprattutto all’ottimo vino Clinton prodotto nella nostra azienda, sono rimasto per sette mesi al lavoro sotto i Tedeschi, lontano, però, dal pericolo fascista e, quindi, dai combattimenti”.

La fortuna, però, va anche ricercata e Ottorino Storti ha sempre avuto un ottimo fiuto in questo senso. C’è chi in guerra perde ogni speranza. Storti invece comincia a pensare, proprio in quel tragico periodo, come poter far funzionare meglio l’azienda agricola paterna. Ha già alcune cose in mente, acquisite “dai preziosi studi e tirocini svolti nell’Istituto Salesiano Don Bosco di Verona, dove nel 1943 ho conseguito il diploma di tecnico meccanico”, ci spiega Storti.
“Quella era una vera scuola professionale che ti insegnava concretamente un lavoro, non come adesso…– racconta Storti senza nascondere una certa vena polemica nei confronti della scuola di oggi.
Insomma, Ottorino Storti esce dalla scuola sapendo usare gli attrezzi per costruire le macchine. Ma questo, all’epoca, erano in molti a saperlo fare. Pochi, però, oltre alla perizia manuale avevano l’ingegno di Ottorino Storti.

E sì, scriviamolo chiaramente subito, altrimenti si rischia di dare la sensazione che a certi risultati si arriva “solo” con la buona volontà. Ottorino Storti appartiene a quel piccolissimo nucleo di persone in cui l’aggettivo “genio” non è esagerato. Non si arriva a registrare oltre trenta brevetti internazionali senza una grande dose di genialità ed intuizione. Ma di genialità sicuramente Ottorino non ne vuole sentir parlare perché per lui “tutto è frutto di analisi dei problemi, delle necessità e quindi di individuazione dei mezzi per superarli”.
“Quando ho iniziato questa attività – spiega Storti – nell’immediato dopoguerra, l’agricoltura italiana si sosteneva in pratica quasi esclusivamente sulla forza delle braccia. E anche la mia azienda non era un’eccezione. Così ho cominciato a pensare a soluzioni meccaniche che potessero agevolare il lavoro nei campi”.

Perfetto, le idee fluivano numerose nella mente del giovane Ottorino. Ma dove trovare le parti meccaniche per realizzare questi progetti? Ed è qui un primo eccellente esempio di come Ottorino Storti riesce a “sfruttare” una cosa negativa per trasformarla in qualcosa di utile.